Etheria

  • Posted on:  Friday, 29 May 2015 14:03

Etheria

John Brotherhood era sulla 183, una delle tante “highway” deserte che attraversano come una lama d’asfalto il Nevada. La sua Ford familiare macinava tranquilla miglia su miglia mentre il motore lo coccolava dolcemente col suo ritmico ronzio. Davanti a lui solo la strada libera e i suoi pensieri. Il cielo di un azzurro quasi impalpabile, l’aria fresca come sa esserlo il deserto fiorito di fine marzo. La stazione “Kiss from nowhere”- KFN FM 104,2, trasmetteva i successi degli anni ‘50. John tamburellava al ritmo delle canzoni le grosse dita sul volante in similpelle della vecchia giardinetta. Dopo aver dato un veloce sguardo all’orologio a quarzi liquidi si disse che era in perfetto orario per l’appuntamento. Sua moglie non sarebbe tornata prima delle sette ed i ragazzi erano al compleanno di Mack, per tutto il giorno.

Era quasi arrivato. La vecchia Ford mugghiò dolorosamente quando John imboccò velocemente una strada sterrata secondaria che si perdeva in mezzo ad un paesaggio senza fine. Solo le montagne sullo sfondo sembravano formare un confine, ed era percepibile che erano state meticolosamente scolpite dal vento incessante e dalla pioggia caduta per milioni d’anni. La piccola capanna diroccata di legno, quasi a ridosso della roccia, alla fine dello sterrato, era abbandonata da anni. Le finestre avevano i vetri rotti, mentre un pezzo di grondaia penzolava e dondolava mezzo attaccato al tetto, emettendo un monotono cigolio.

John scese lentamente dalla macchina dando un’occhiata accurata intorno. Chiuse gli occhi e respirò profondamente l’aria fresca del deserto. Poi si diresse all’interno della capanna, scostando una porta diroccata che si reggeva su di un solo cardine. All’interno non c’era nulla, eccetto un paio di mensole con una lattina arrugginita appoggiata sopra, il resto di un tavolo, dei vetri rotti sul pavimento fatto di assi impolverate. Rimase immobile qualche secondo, al centro della stanza, mentre una sfera luminosa prendeva forma dal nulla, ingrandendosi fino ad inglobarlo completamente. La luce azzurrina della sfera divenne gradatamente viola per poi mutare in un bianco accecante. John aveva gli occhi aperti e guardava di fronte a se.

-”Sequenza terminata. Riconoscimento valido. Attendere prego”- Questa era la voce che John sentiva all’interno del globo luminoso. Voce che aveva sentito ripetere quella frase per migliaia di volte, per migliaia di anni. Dopo pochi istanti John si ritrovò in un ambiente fiocamente illuminato, senza alcun tipo di forma o di colore. Il suo corpo “galleggiava” nell’aria vagamente azzurrina con naturalità, mentre altre tre figure si avvicinarono a lui.

-”Ciao Azertuy, ben arrivato”- gli disse la figura in primo piano dei tre.

-”Ciao Mavvunia, è un piacere rivederti”- poi, muovendosi più vicino e identificando gli altri, si disse che erano secoli che nessuno lo chiamava più col suo vero nome -”Tahixa, Lootunnia, tutto bene anche voi?”-

-”Si grazie, benissimo!”- risposero quasi in coro.

-”Allora”- incalzò Azertuy-John -”suppongo che ci si incontri fuori programma perché è gia arrivata la decisione finale, e che sia venuta “dall’alto”, come si usa dire qui sulla Terra. Giusto?”-

-”Giusto”-  rispose Lootunnia sconsolata.

-”E suppongo che sia immediata, senza ulteriori appelli?”-

Nessuno rispose, ma le loro emozioni erano terribilmente eloquenti.

Tahixa si avvicinò ad Azertuy e gli prese una mano. -”Sai Azertuy”- disse -”dopo tutto questo tempo non finisco ancora di stupirmi del piacere del toccarsi”.

-”E del piacere di essere toccati”- sottolineò Lootunnia.

-”Non vuoi dare un’occhiata al rapporto finale?”- chiese Mavunnia guardando Azertuy

-”No”- rispose lui -”so già cosa troverò”-

-”Va bene, allora dobbiamo prepararci alla partenza che sarà fra tre giorni dei loro”- aggiunse Lootunnia -”Solita procedura?”-

Anche questa volta nessuno disse nulla, poiché i volti avevano risposto da soli.

John era tornato sulla highway 183, mentre la stazione KFN continuava a trasmettere motivi degli anni cinquanta. Erano passate circa cinque ore dall’appuntamento e altri quaranta minuti gli sarebbero occorsi per tornare a casa. -“A casa”- pensò John -”ma quale?- Erano duemila quattrocento sei anni che John viveva sulla Terra, come più o meno gli altri tre osservatori del suo pianeta, Etheria, vicino alla stella di Arneb, distante novecento cinquanta milioni di anni luce. Per il tempo terrestre era un uomo di circa quarant’anni, in buona salute, sposato con tre figli. Il corpo di John Brotherhood era stata “occupato” in ospedale, mentre a trent’anni moriva di cancro ai polmoni. Dopo che il cuore si era arrestato e l’anima abbandonato l’involucro di carne, e Azertuy l’aveva “sentita” andarsene, era entrato lui. Il cuore aveva ripreso a battere e dopo pochi mesi i medici gridarano al miracolo. Così era accaduto per molte altre vite in posti differenti. Così avevano fatto i suoi compagni. Ma ogni volta che doveva lasciare un corpo era un dolore tremendo. Non sopportava l’idea che la “sua” morte causasse dolore ad altri, anche se lui aveva solo posticipato l’evento finale. Non sopportava l’idea di dover abbandonare quella razza primitiva ma vitale. Gli sarebbero mancate le sensazioni corporee, le emozioni violente e scomposte dell’esistenza umana. Ma non aveva scelta, la decisione finale era stata presa, dopo un’osservazione di oltre ventimila anni. I terrestri nonostante la loro civiltà attuale, rimanevano sempre troppo autodistruttivi e privi di buon senso.

La sua missione, e quella dei suoi compagni, era di lasciare disseminate sulla Terra tracce di un’altro popolo che abitava il cosmo. Per poter dare una speranza, la sensazione di non essere soli nell’universo. E gli Etheriani aspettavano che l’intelligenza umana progredisse e si affinasse per poter vedere queste tracce. Si ricordava con gioia come nell’antico Egitto, una notte d’estate, il suo corpo incorporeo e luminoso avesse svegliato dei pastori lungo le rive del Nilo, mentre lui, apposta, volteggiava sopra loro trasmettendo telepaticamente nella mente degli ingegneri egizi, impiegati nella costruzione delle tombe dei Faraoni, le coordinate della stella di Arneb, invisibile ad occhio nudo. E per millenni gli uomini si erano chiesti come mai le Piramidi avessero tutte la stessa forma e puntassero tutte nella stessa direzione (perché anche quelle del sud America nascondevano lo stesso messaggio), disegnando tra di loro un sistema stellare sconosciuto e mai trovato. Perché anche nel medioevo la loro opera era continuata. La cima della torre di Pisa era orientata verso la stella di Arneb, e la sua inclinazione non era quindi casuale. O come a Monte Palomar, l’osservatorio della California, mentre i moderni telescopi scoprivano Arneb, i radiotelescopi non riuscivano a decifrare tra le finte interferenze dei radiosegnali le coordinate del pianeta Etheria. E persino quando i primi astronauti Americani sbarcarono sulla Luna, vicino al punto dell’allunaggio c’erano delle pietre lunari disposte a disegnare il sistema solare etheriano, con al centro la stella di Arneb. E si ricorda ancora come erano eccitati Lootunnia e Tahixia quando videro Edwin Aldrin avvicinarsi alle rocce, soffermarsi ad osservarle, chiedersi inconsciamente come mai quel punto della superficie lunare fosse così “in ordine, guardare il disegno e poi prendere proprio una delle pietre come campione. Si ricordava anche la loro delusione perché Edwin non aveva intuito, non aveva guardato oltre. Ed ora dovevano andarsene, forse per sempre. Il rapporto finale diceva che per i Terrestri la fine più probabile sarebbe stata l’autodistruzione e a loro, come a tutta la Confraternita dei Pianeti Uniti, non era permesso interferire.

La partenza

Il giorno 12 marzo dell’anno 2004 John Brotherhood moriva tragicamente per incidente d’auto. Nello stesso momento in Danimarca Dotte Vorgson veniva a mancare per infarto, all'età di 69 anni. In Arabia Saudita Aziz el Ben Abduir, ingegnere capo della Saudia Petrol Inc. scompariva per motivi ignoti e se ne decretò il decesso d'ufficio. Mentre in Giappone Yoko Sutamoto, artista di fama mondiale, sarebbe deceduto per cause naturali a 88 anni.

Azertuy, Lootunnia, Tahixa e Mavunnia stavano guardando il piccolo punto azzurro e luminoso che lentamente si allontanava dalla loro nave stellare. Da lì a pochi istanti sarebbe stati proiettati nell’iperspazio per il viaggio di rientro a Etheria. Nessuno diceva nulla. Solo la loro naturale lucentezza era più scura del solito. Se la loro razza avesse avuto occhi, le lacrime sarebbero scese da ognuno di essi.

Duecentomila anni più tardi

Quando il Gran Consiglio della Confraternita dei Pianeti Uniti decise di fare una ricognizione di routine nella via Lattea, zona periferica, la Terra era compresa. La spedizione doveva controllare come procedeva la colonizzazione sui pianeti senza vita intelligente.

Quando la navicella entrò nell’orbita terrestre, il messaggio di arrivo alla popolazione era già arrivato da parecchi giorni. Anche se la razza umana si era estinta più di centomila anni addietro, dopo la sesta guerra magnetico-nucleare globale, alcune delle strutture erano state ricostruite giusto per ricordare gli abitanti di quel pianeta. Così, quando Kaigiassio, l'inviato della Confraternita, raggiunse i capi della colonia etheriana (a loro era stata affidata la Terra) fu accolto in quello che doveva essere il municipio di un’antica città. Il suo stupore fu grande quando si rese conto che a dargli il benvenuto c’era un uomo sulla quarantina, biondo, di nome John, una vecchia giapponese dallo sguardo attento, Yoko, un vispo e magro arabo dai baffetti curati, Aziz ed una distinta signora dai tratti nordici, Dotte.

-”Azertuy..., sento che sei dentro. Cosa ti è...”- prima che Kaigiassio potesse continuare Lootunnia, la vecchia giapponese, lo aveva fatto “accomodare” insieme a lei nel corpo di quella donna  mentre John-Azertuy gli stringeva le mani calorosamente. Tutti sentirono la sorpresa che il nuovo arrivato aveva provato dal contatto delle loro mani. Seguì un breve silenzio poi Mavunnia prese la parola -”Benvenuto tra noi Kaigiassio. Sicuramente non ti aspettavi di trovarci in corpi umani. Sai”- disse mentre si avvicinava a lui -”ci mancavano il tatto e la corporeità

-”E gli altri?”- domandò meccanicamente Kaigiassio.

-”Oh, gli altri hanno già ricreato i loro corpi da più di un maiuv (cinquecento anni terrestri, equivalenti ad una anno etheriano), e ne godono le sensazioni. Guarda tu stesso”-. Fuori dall’edificio c’era un prato delimitato da un bosco, con un ruscello che lo attraversava per poi sparire in lontananza. Un gruppo eterogeneo di uomini e donne di ogni razza ed età era intento in semplici azioni. Alcuni avevano i piedi nudi e le mani immerse nel ruscello e stavano lì semplicemente a sentire l’acqua scorrere sui loro corpi. Una coppia si accarezzava lasciando che i sensi e le percezioni degli antichi terrestri si trasmettessero a loro. Una giovane donna dai lunghi capelli biondi era in piedi controvento, respirava l’aria pulita e sentiva i brividi di freddo sul suo corpo.

-”Vedi Kaigiassio”- ruppe il silenzio Tahixa -”noi siamo stati osservatori su questo pianeta per lungo tempo. Abbiamo vissuto con i Terrestri, e come loro ci siamo sempre comportati. Purtroppo l’Alto Consiglio aveva ragione e la loro fine è stata solo questione di tempo. Però, dopo che siamo ritornati su Etheria, ci siamo resi conto che qualcosa ci mancava. Qualcosa di primitivo, che noi abbiamo lasciato indietro milioni di maiuv fa. E così abbiamo chiesto di poter ritornare. E una volta tornati ci siamo resi conto che quello che cercavamo era il contatto fisico, la corporeità e le emozioni proprie dei terrestri. Così abbiamo ricreato le sequenze genetiche dei nostri ultimi ospiti, quasi come un segno di rispetto, mentre per i nuovi venuti la scelta è stata casuale. Certo, noi siamo le loro menti, ed anche il corpo è una semplice ricostruzione, ma quello che proviamo e che sentiamo, Kaigiassio è puramente umano-”.

-”Potete spiegarmelo?”- domandò curioso.

-”Non si può comprendere un sentimento solo coi concetti”- proseguì Tahixa -” e i terrestri, Kaigissio, si sono estinti proprio perché lo avevano dimenticato”-.